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L'alba

 

Racconto eso-politico

 

Riesci a immaginare quant’è

oscuro il pozzo da cui è emerso?

 

«Siamo legati mani e piedi e imbavagliati, Teodoro; l’unica cosa che possiamo fare è brillare. Questo è stato il mio risveglio al mondo spirituale, che è la sola Realtà che esista» confidò il padre a un bimbo che stava diventando uomo troppo in fretta.

Per tutta risposta, si sentì indagato da uno sguardo che aveva ormai perso quell’infantile sfumatura d’adorazione che fino ad allora l’aveva rassicurato, illudendolo che qualsiasi bugia gli avrebbe raccontato, il suo piccolo gli avrebbe creduto. Ma quel giorno, gli occhi del figlio avevano assistito a tali e tante atrocità, che la carta della spiritualità non fungeva più da jolly, e al padre sembrava d’aver perduto il passe-partout al cuore del figlio.

«Tutti i miei amici sono là sotto» ribatté Teodoro, indicando un mucchio di macerie urlanti, «alcuni respirano ancora, pochi chiedono aiuto, nessuno emergerà vivo. Che senso ha brillare quando si è sepolti?».

Il padre allora decise che era giunta l’ora di spiegare al figlio come funzionava il mostro:

 

«Devi sapere che da almeno duecento anni la sua finanza governa il mondo controllando l’industria dell’informazione; non perché, come si racconta, il suo popolo sia arrivato in America quando ormai tutte le altre professioni erano già state occupate dagli immigrati arrivati lì nei secoli precedenti, ma perché durante le guerre napoleoniche, alcune ricche famiglie di banchieri agli ordini del mostro si erano accorte dell’utilità finanziaria di venire a sapere certe notizie prima degli altri, così avevano creato una vera e propria rete d’informazione, formata da corrieri privati e piccioni viaggiatori che portavano dispacci e denaro dalla sede centrale alle varie filiali - tutte gestite da fratelli - e viceversa, in un telefono senza fili (e in una cassaforte senza mura) in grado di varcare persino le linee nemiche al fronte».

«Se questo mostro non può essere fermato neppure dalla guerra, è invincibile» argomentò il ragazzino.

«Questo è ciò che i suoi seguaci vorrebbero farci credere. E il problema è che la guerra non solo non uccide il mostro, ma lo alimenta, così le speculazioni alla Borsa di Londra del 1815 arricchirono immensamente una stirpe che già possedeva il debito delle corti di mezza Europa, e che a quel punto era pronta a infettare anche il Nuovo Mondo. Per impadronirsi del quale, il popolo del mostro creò l’industria della comunicazione e dello spettacolo, così da poter controllare i politici».

«Credevo che i politici non contassero nulla. Non è per questo che hai smesso di votare?» chiese sbigottito il figlio.

«I politici non contano nulla» gli spiegò il padre, «ma io non ho smesso di votare per questo, ma perché qui le elezioni non si svolgono più da almeno vent’anni… Comunque, anche se i politici non decidono nulla, servono ugualmente a mandar avanti il mondo. Allora, se per esempio un politico pensasse che qualcuno che stermina una nazione è un criminale e va fermato, avrebbe tutte le ragioni, ma non potrebbe dirlo, perché l’élite al servizio del mostro controlla i mass media, e all’improvviso quel politico non avrebbe più spazio televisivo o radiofonico».

«Sarebbe mediaticamente morto» esclamò Teodoro.

«Esatto, ma per fortuna la rete non è il mondo reale; l’unica vera realtà è…»

«E come si fa a brillare» lo interruppe il bimbo, stanco della solita solfa politica.

«Instaurando relazioni autentiche, innanzitutto con sé stessi. L’uomo è un essere che vive di relazioni, ma ricorda: una cosa è ciò che un uomo crede razionalmente, ben altra cosa è ciò che tormenta il suo inconscio».

«Vuoi dire che, se nell’inconscio di un uomo abita quel mostro…» ma Teo fu incapace d’immaginare le conseguenze di una simile infestazione.

«Quell’uomo dovrebbe accorgersi che gli altri uomini lo scansano, e allo stesso modo, i servi del mostro dovrebbero chiedersi perché così tante nazioni continuino a diffidare di loro. Ciò dipende evidentemente dal loro atteggiamento separativo e materialista, ma finché non accetteranno di essere la causa del loro antico destino, nessuna guerra cesserà».

«Nessuna? Allora siamo in un circolo vizioso di giustizia e vendetta che rinsalda il cattivo karma».

«Vedi? Perfino un ragazzino lo capisce. E ti dirò di più: la Legge del karma è particolarmente visibile nelle popolazioni asservite al mostro: il loro violento passato è fatto di aggressioni e saccheggi volti alla sanguinaria conquista di una terra promessa loro dal mostro, il quale ha infettato della propria avidità e del proprio materialismo anche la spiritualità di questi popoli, simboli dell’eterno pellegrino».

«Perché i popoli del mostro si considerano eletti?» domandò perplesso il figlio.

«Perché sanno da sempre che un grande destino li attende: illudendosi di raggiungerlo prima, hanno scelto la via della separazione, ma in ciò dimostrano di non aver capito che tutti gli esseri umani sono stati eletti».

«Allora come si scaccia il mostro senza ferire i suoi servi?».

«Solo loro possono scacciarlo, assimilandosi agli altri popoli, conformandosi alla civiltà, alla cultura e ai costumi delle nazioni in cui vivono. Quando abbandoneranno l’orgoglio razziale e rinunceranno alla manipolazione e alle loro usanze obsolete, solo allora il karma dell’umanità, che è uno solo, da punitivo diverrà compensativo. Ma io non vedrò tale lenta assimilazione, perché il dissidio risale ad ere molto remote».

«L’assimilazione però» obiettò Diodata, che aveva ascoltato in penombra e in silenzio il dialogo tra il marito e il figlio «dissolverebbe gli usi e i genii di tutti i popoli, le lingue e i campanilismi che stimolano l’inventiva, le rivalità e le consociazioni».

«Tua madre ha ragione: il caos è creativo, per questo comprendiamo la nigredo della Guerra».

 

E attendiamo l’alba.




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