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Il segreto delle fiabe

 

L'essenza delle fiabe del focolare.

Jacob e Wilhelm Grimm avevano iniziato a raccogliere le fiabe popolari affinché fosero inserite nella raccolta Des Knaben Wunderhorn curata da Achim von Arnim e Clemens Brentano e pubblicata in tre volumi dal 1805 al 1808. Per il loro progetto editoriale e soprattutto cultural-nazionalistico, nel quale poi sarebbero confluiti soltanto i Lieder, i canti popolari, i due autori si erano naturalmente ispirati alle Reliques of Ancient English Poetry, edite dal Percy nel 1765, ad evidenziare la supremazia della poesia del popolo rispetto a quella classicheggiante, che aveva imperato per tutto il secolo dei Lumi.

Arnim e Brentano avevano dedicato Des Knaben Wunderhorn (Il corno magico del fanciullo) a Goethe, che era stato il primo a intuire il valore dei canti popolari, a cui attingeva anche per le sue stesse poesie, ma l’opera era stata influenzata soprattutto dal pensiero di Herder, il quale sosteneva che il patrimonio popolare appartiene a tutti i popoli.

Nelle menti di Arnim e Brentano questo messaggio però si tinge di nazionalismo, per cui i curatori scelgono di pubblicare soltanto i canti popolari tedeschi, con l’obiettivo di fornire alla nazione un patrimonio etico-educativo e di avvicinare i lettori allo spirito degli antichi Germani, dal quale era sgorgata anche la tanto amata Naturpoesie.

Proprio per questo, nel pieno dell’invasione napoleonica, il ministro prussiano aveva definito Das Knaben Wunderhorn “uno strumento di lotta politica”, perché nessun altro libro era in grado di suscitare il patriottismo essenziale per sostenere la lotta di liberazione dai francesi.

È in questa temperie culturale e soprattutto politica che, nel maggio 1812, Jacob scrive ad Arnim, anche a nome di Wilhelm, per chiedergli di trovare un editore disposto a publicare le loro fiabe, precisando che i fratelli sono pronti a rinunciare a qualsiasi retribuzione, purché la loro raccolta sia diffusa all’estero. Il loro fine era duplice: stimolare i folkloristi a comporre raccolte simili anche negli altri paesi e dimostrare che nelle fiabe riecheggia ancora e sempre un passato mai perduto.

Tale idea era in linea con quanto espresso anche da altri pensatori dell’epoca: il già citato Gottfried Herder, ad esempio, affermava che i canti popolari, le leggende e le fiabe sono il risultato delle credenze di un popolo, della sua sensibilità, delle sue facoltà, del suo sforzo; in esse risuona l’antica mitologia germanica, a cui il popolo e i poeti possono e devono attingere per conoscere e difendere la propria cultura.

Similmente, anche Wilhelm Grimm riteneva che i Märchen meritassero di essere considerati più attentamente proprio perché fanno parte della poesia nazionale; è significativo, quindi, che il primo volume dei Kinder- und Hausmärchen esca nel 1812, alla vigilia della battaglia di Lipsia.

Accanto a questo acceso nazionalismo, però, emerge anche un rigoroso intento (e impegno) scientifico: le sette edizioni dell’opera (la prima risale appunto al 1812, l’ultima al 1857) dimostrano infatti la preoccupazione per riportare i testi “con la massima fedeltà”, perché con i Märchen i Grimm non volevano soltanto arricchire il patrimonio educativo nazionale, ma desideravano anche fornire uno strumento di lavoro ai giovani folkloristi. Secondo loro, infatti, mentre la forma della fiaba può variare, il contenuto resta inmmutato, e benché la trasmissione orale possa causare intense oscillazioni nella forma, essa tramanda intatte le autentiche tradizioni locali, le quali spesso risalgono fino al Medioevo, epoca magico-storica in cui sono stati concepiti anche i già citati Lieder e le Sagen.

Pertanto, i Grimm seguono la regola di riportare tutte le varianti di ogni fiaba una accanto all’altra, e nel corso delle varie riedizioni sono proprio le moltissime varianti a riorientare il loro lavoro, volto non più semplicemente a “riportare” le fiabe così come sono state udite, ma a “ricostruire” i testi originali nella loro forma più primitiva, che secondo i due fratelli si può ottenere combinando tra loro le diverse varianti; tale forma sarebbe per altro quella conservata sia nei Lieder popolari che nei proverbi, nei modi di dire e nelle onomatopee.

Se questi ultimi sono tratti tipici della letteratura per l’infanzia, occorre ricordare però che la raccolta di fiabe dei Grimm non è dedicata solo ai bambini, si chiama infatti Kinder- und Hausmärchen, ossia fiabe per bambini e del focolare. E se, come riporta Giuseppe Cocchiara nell'introduzione all'edizione italiano delle fiabe del 1951, da una parte le fiabe sono anche la rielaborazione in chiave popolare dell’antico mito germanico (laddove Cerentola può essere assimilata a Gudrun, la Bella Addormentata nel Brunilde a Brunilde e uno dei Due Fratelli a Sigurd, la versione nordica di Sigfrido), dall’altra esse creano, più che semplicemente mettere in scena, un mondo alternativo, la cui “realtà fiabesca” pervade anche il nostro mondo reale.

Tra gli animali parlanti e la Natura viva, senziente e dotata di una propria voce, il paganesimo germanico si fonde al cristianesimo, in un mix di magia e religione che costituisce l’infrastruttura stessa delle fiabe, permettendo al lettore di accettare gli eventi soprannaturali e miracolosi come del tutto normali.
A ben guardare, questo era prorpio il modo di pensare dei popoli primitivi, prima della frattura percettiva che portò al crollo della mente bicamerale, descritto da Julian Jaynes nell’omonimo saggio del 1976… I Märchen racchiudono quindi il mistero celato nel mito e la morale veicolata dagli usi e costumi che gli appartenenti a una società devono conoscere e rispettare per poter essere accolti nella e dalla comunità.

In questa sede non c’interessa sottolineare quanto precisava Cocchiara nel '51, ossia il fatto che il vero folklorista non restaura, ma si limita a raccogliere i testi così come li ha uditi dalla voce del popolo; tuttavia, a chi insiste su tale punto rispondiamo, in primis, che all’epoca dei KHM la scienza del folklore era appena agli inizi, essendo stati proprio i volumi dei Grimm ad aver contribuito alla sua fondazione; in secondo luogo, evidenziamo che la rielaborazione operata dai Grimm non nasce dal disprezzo per la veste testuale tessuta dal popolo, ma dalla volontà di restaurare quella veste per riportarla il più possibile alla sua forma originaria, perduta nei secoli di oralità.
Se proprio bisogna trarre un bilancio, si può affermare allora che da un lunghissimo lavoro filologico basato su un errore metodologico è nata un’opera d’arte: aus Fehlern wird man klug! Sbagliando non solo s’impara, ma si migliora, e se ti chiami Jacob o Wilhelm Grimm, crei anche una meraviglia “classica”, la quale, pur ribellandosi al neoclassicismo, incarna alla perfezione il concetto greco di kalokagathìa: infatti,
le fiabe sono belle perché sono giuste, ma sono anche magiche perché vere.

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E le fiabe moderne? Come ricorda la dr.ssa Silvana De Mari, che è tanto lungimirante in ambito pedagogico quanto cieca (se non in totale malafede) quanto alla situazione dei Palestinesi (forse che i piccoli di Gaza non meritano di ascoltare le Mille e una notte in santa pace, e non sotto le bombe?), come ricorda la De Mari, dicevo, le fiabe servono a educare i bambini, a mostrar loro cause e conseguenze, a insegnare loro la morale e l’etica del Paese in cui vivono, gli usi e costumi della comunità in cui cresono, formandoli nel gioco e nella magica “realtà fiabesca” alla vita vera.

Come suggerisce lo splendido cantastorie Claudio Tomaello, le fiabe però sono uno strumento educativo validissimo anche per gli adulti, perché, sempre in virtù del loro “realimo magico” permettono di focalizzarsi sulle situazioni senza rivangarne necessariamente le cause, il che torna utile soprattutto quando le cause sono fuori dalla nostra portata, e non possiamo far altro che imparare in fretta a gestire con saggezza le conseguenze (plandemia docet…).


Per questo le fiabe non dovrebbero essere rimaneggiate, e chi vuole raccontare la storia di una principessa salvata da una guerriera per promuovere il femminismo, o quella del principe innamorato dello stalliere, lo faccia pure, ma non le chiami fiabe. Quando infatti manca l’integrazione tra maschile e femminile, ripeto: l’integrazione, non il miscuglio, lo scopo educativo è del tutto disatteso, e come abbiamo visto, le fiabe sono anche e soprattutto uno strumento didattico. Con ciò non sto condannando “fiabe Disney” (atroce ossimoro) come Mulan o Pocahontas, ma sto affermando che la Tradizione è altro, e chi non la conosce non dovrebbe permettersi di manometterla. Perché è proprio manomettendo le cose lentamente ma inesorabilmente, che la neolingua orwelliana si è imposta nella nostra società, riuscendo a tramutare il principe-ranocchio delle fiabe nella proverbiale rana bollita.

Qualche lettore potrebbe ora chiedersi cosa so io della Tradizione, ed è presto detto: poco, e anche quel poco è difficilmente comunicabile, ma mi impegnerò sempre per divulgarlo nel modo più chiaro e autentico possibile, e se questo mi renderà poco “popolare”, rispondo con Seneca che, come sostiene Democrito, una sola persona vale quanto tutto il popolo e il popolo quanto una sola persona, e come afferma Epicuro in lettera a un compagno di studi: “non parlo per molti, ma per te; noi siamo l’uno per l’altro un teatro sufficientemente grande”.





Ad maiora semper!

Impressioni di viaggio - Altrove - racconti ermetici

Impressioni di viaggio

Leggere un libro, e ancora di più scriverlo, è un viaggio, ossia uno spostamento mentale da un luogo più o meno noto (il proprio piano mentale), verso una meta che può essere consueta o ignota, e che può lasciare indifferenti o indurre a proseguire l’esplorazione. Non sempre si torna, e mai si torna uguali, tranne forse nel caso degli analfabeti funzionali.


Come ogni avventura, anche la lettura richiede che si parta con un bagaglio (di conoscenze), che al termine del viaggio scopriremo arricchito da tutte le nozioni ed emozioni che l’esperienza libresca avrà saputo regalarci. I diversi momenti e i vari aspetti del viaggio, tanto geografico quanto letterario, possono suscitare sentimenti la cui percezione è universale, ma la cui espressione varia da lingua a lingua. In questo articolo illustrerò le parole, spesso intraducibili, che alcune culture hanno forgiato per parlare sia di ciò che attiene al quotidiano, sia di cosa potrebbe provocare l’allontanamento.

 

Chiaramente ogni viaggio presuppone un punto di partenza, spesso la casa, dove incontriamo il primo termine intraducibile: unheimlich. Esso è un composto dell’aggettivo tedesco heimlich, che a sua volta deriva da Heim, "casa", "dimora", e significa infatti “domestico”, “intimo”, “legato alla casa o alla famiglia”. Il prefisso “un” arriva direttamente dal protogermanico a negare quanto segue, ma si tratta di un ribaltamento di prospettiva molto particolare: infatti traduce il contrario di “domestico” e “familiare” non nel senso di “straniero” ma nel senso di inconsueto, e perciò “perturbante”, “inquietante” e “sinistro”. Si usa per indicare quella strana sensazione di paura mista a disagio che si prova quando qualcosa di familiare diventa improvvisamente strano, estraneo. Il termine è stato reso famoso da Sigmund Freud, che nel suo saggio del 1919, intitolato Il perturbante, spiegava che anche ciò è familiare può rivelare un lato oscuro e spaventoso. Siamo ancora sui gradini di casa e già l’ignoto ci assale.

Si capisce allora perché tanti soffrano, o godano, di koinofilia, un termine di origine greca che manifesta la preferenza per l’ordinario e celebra la capacità di trovare bellezza e sicurezza in tutto ciò che è familiare e persino banale.

C’è poi chi prova una tale eccitata o ansiosa irrequietezza nei giorni e nelle ore precedenti la partenza, che lo stress accumulato o l’euforia repressa possono sfociare in un vero e proprio malessere psicosomatico: gli svedesi alludono a tutto ciò col termine Resfeber , che alla lettera significa “febbre del viaggio” e ricalca perfettamente il Reisefieber tedesco, da cui derivano, non etimologicamente ma per conseguenza, la Wanderlust, ossia l’innato desiderio di viaggiare per esplorare il mondo, e il Fernweh, la nostalgia per luoghi lontani e perfino sconosciuti, e in questo ricorda lo Hireath, che in gallese indica un’intensa mancanza di casa, specialmente di una casa che non esiste più, o che forse non è mai esistita, se non nel cuore di chi erra.

Specularmente, nell’ambito del viaggio la saudade portoghese esprime un intenso intreccio d’amore e malinconia, che si prova di ritorno a casa per un luogo e per gli incontri che l’hanno arricchito, pur sapendo che forse non vi si tornerà più e che quasi certamente non si vivrebbero le stesse esperienze. In questo la parola è parente del mal d’Africa; e traslando il discorso dal piano spaziale a quello cronologico, c'è anche chi sperimenta l’anemoia, ossia la nostalgia per un tempo mai vissuto.

A dispetto dell’intraducibilità sbandierata poco sopra, Wanderlust ha un sinonimo abbastanza fedele nel greco antico hodophile, che significa letteralmente “amante del cammino” ed esprime la gioia profonda e la pace che conduce il viaggiatore. All’estremo opposto di questo spettro semantico troviamo invece il termine monachopsis, coniato da John Koenig per Il dizionario dei dolori oscuri (The Dictionary of Obscure Sorrows, Simon & Schuster, 2021) pubblicato due anni dopo da Mondadori col tristo titolo “Dizionario delle tristezze senza nome”; nel testo l’autore assegna un nome a quegli stati d’animo complessi e sfumati che solitamente si stenta a descrivere; nel dettaglio, monachopsis indica la sensazione dell'essere sempre fuori posto, che fa il paio con Rückkehrunruhe, una parola composta tedesca che esprime l’incapacità di rientrare nei cardini della vita quotidiana dopo essere tornati da un viaggio. Ma chi dice che si debba rientrare (nei cardini o dal viaggio)?

Infine, si potrebbe proseguire, ma questo viaggio lessicale termina qui, akihi è il termine con cui in hawaiano si descrive la sensazione di totale smarrimento che ci assale subito dopo aver ottenuto indicazioni stradali da qualcuno e averle istantaneamente dimenticate. Se non ci fosse Google Maps… ci sarebbero comunque gli Aerosmiths, a cantare che “life is a journey, not a destination”, sia per chi parte senza meta, sia per chi pianifica ogni singola tappa.

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Altrove - racconti ermetici

Come ho detto, leggere e soprattutto scrivere un libro è un viaggio. Durante le numerose riletture e riscritture da cui nasce Altrove ho provato molte delle sensazioni appena descritte, ma mai sono stata sfiorata dall’exulansis, la tentazione di rinunciare a raccontare le proprie esperienze di viaggio per via della terribile certezza che chi non ha viaggiato con noi non possa comprenderle, non l'ho mai provata, perché tutti siamo per gli altri talvolta heimlich e talaltra unheimlich, tutti ci capiamo e ci fraintendiamo. Come scrisse H.P. Lovecraft in una lettera del 1927 a D. Wandrei,

 

 “in lontanissime ere perdute prima della mia nascita, prima della nascita di questo o di qualsiasi altro mondo, esiste da qualche parte - dice la mia fantasia - una città meravigliosa […] nella quale un tempo ho vissuto per intere eternità, e alla quale dovrò tornare per trovarvi il finale appagamento. Non conosco il suo nome né so dove si trovi, ma di tanto in tanto un riflesso ne risplende sui sentieri percorsi dall’uomo”. (Cfr. H.P. Lovecraft, La visione del mondo del rinnovatore della narrativa fantastica, a cura di Gianfranco de Turris e S. Fusco, Mediterranee, Roma, 2007, pp. 84-5).


Nei racconti ermetici raccolti in Altrove ho esplorato varie modalità di vita, ho incontrato personaggi del passato che credevo svaniti e che inaspettatamente sono diventati insostituibili compagni del viaggio biografico e letterario.

Che l’antologia esca proprio oggi, anniversario di morte di Edgar Allan Poe, non è un caso, ma un rispettoso omaggio: tutti i racconti, infatti, più o meno inconsapevolmente, sono stati scritti seguendo il metodo Poe, dettagliato nell’introduzione, e tutti segnano una svolta sul percorso.

Come ricorda la prof.ssa Maria Pia Rosati, laureata in lettere classiche e psicologia e, tra le altre cose, fondatrice, nel 1981, del Centro Studi Mythos e direttrice della rivista átopon, dedicata alla psicoantropologia simbolica e alle tradizioni religiose, l’uomo

 

“ha nostalgia del futuro di ciò che ancora non c’è e diventa ciò che sogna, che spera, che attende e verso cui tende; è viator, in cammino verso ciò che sente gli è destinato, la propria vera essenza, il Sé. Solo se si ha ben presente la meta si può compiere il viaggio senza smarrirsi, senza rimanere fissati, intrappolati in epoche, situazioni della vita che vanno oltrepassate al momento dovuto. […] La parola átopon evoca un concetto presente in Platone e Plotino, il “luogo senza dove” della mistica persiana, la terra di Hurqalya, l’ottavo clima, appartenenti a una geografia spirituale in cui «si corporizzano gli spiriti e si spiritualizzano i corpi» come scrive Henry Corbin in Corpo spirituale e Terra celeste”. 

 

È quanto ho provato a fare nei racconti: spiritualizzare il grossolano e materiare le intuizioni che ogni tanto mi giungono dalla mia Musa notturna.


A chi è interessato, buona lettura.

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A tutti gli altri, buon viaggio.


Ad Maiora Semper

La morte non si beffa due volte