Leggere un libro, e ancora di più scriverlo, è
un viaggio, ossia uno spostamento mentale da un luogo più o meno noto (il
proprio piano mentale), verso una meta che può essere consueta o ignota, e che
può lasciare indifferenti o indurre a proseguire l’esplorazione. Non sempre si
torna, e mai si torna uguali, tranne forse nel caso degli analfabeti
funzionali.
Come ogni avventura, anche la lettura richiede
che si parta con un bagaglio (di conoscenze), che al termine del viaggio scopriremo
arricchito da tutte le nozioni ed emozioni che l’esperienza libresca avrà
saputo regalarci. I diversi momenti e i vari aspetti del viaggio, tanto geografico
quanto letterario, possono suscitare sentimenti la cui percezione è universale,
ma la cui espressione varia da lingua a lingua. In questo articolo illustrerò
le parole, spesso intraducibili, che alcune culture hanno forgiato per parlare
sia di ciò che attiene al quotidiano, sia di cosa potrebbe provocare
l’allontanamento.
Chiaramente ogni viaggio presuppone un punto di partenza, spesso la casa, dove incontriamo il primo termine intraducibile: unheimlich. Esso è un composto dell’aggettivo tedesco heimlich, che a sua volta deriva da Heim, "casa", "dimora", e significa infatti “domestico”, “intimo”, “legato alla casa o alla famiglia”. Il prefisso “un” arriva direttamente dal protogermanico a negare quanto segue, ma si tratta di un ribaltamento di prospettiva molto particolare: infatti traduce il contrario di “domestico” e “familiare” non nel senso di “straniero” ma nel senso di inconsueto, e perciò “perturbante”, “inquietante” e “sinistro”. Si usa per indicare quella strana sensazione di paura mista a disagio che si prova quando qualcosa di familiare diventa improvvisamente strano, estraneo. Il termine è stato reso famoso da Sigmund Freud, che nel suo saggio del 1919, intitolato Il perturbante, spiegava che anche ciò è familiare può rivelare un lato oscuro e spaventoso. Siamo ancora sui gradini di casa e già l’ignoto ci assale.
Si capisce allora perché tanti soffrano, o
godano, di koinofilia, un
termine di origine greca che manifesta la preferenza per l’ordinario e celebra
la capacità di trovare bellezza e sicurezza in tutto ciò che è familiare e
persino banale.
C’è poi chi prova una tale eccitata o ansiosa irrequietezza nei giorni e nelle ore precedenti la partenza, che lo stress accumulato o l’euforia repressa possono sfociare in un vero e proprio malessere psicosomatico: gli svedesi alludono a tutto ciò col termine Resfeber , che alla lettera significa “febbre del viaggio” e ricalca perfettamente il Reisefieber tedesco, da cui derivano, non etimologicamente ma per conseguenza, la Wanderlust, ossia l’innato desiderio di viaggiare per esplorare il mondo, e il Fernweh, la nostalgia per luoghi lontani e perfino sconosciuti, e in questo ricorda lo Hireath, che in gallese indica un’intensa mancanza di casa, specialmente di una casa che non esiste più, o che forse non è mai esistita, se non nel cuore di chi erra.
Specularmente, nell’ambito
del viaggio la saudade portoghese
esprime un intenso intreccio d’amore e malinconia, che si prova di ritorno a
casa per un luogo e per gli incontri che l’hanno arricchito, pur sapendo che
forse non vi si tornerà più e che quasi certamente non si vivrebbero le stesse
esperienze. In questo
la parola è parente
del mal d’Africa; e traslando
il discorso dal piano spaziale a quello cronologico, c'è anche chi sperimenta l’anemoia, ossia la
nostalgia per un tempo mai vissuto.
A dispetto dell’intraducibilità sbandierata poco sopra, Wanderlust ha un sinonimo abbastanza fedele nel greco antico hodophile, che significa letteralmente “amante del cammino” ed esprime la gioia profonda e la pace che conduce il viaggiatore. All’estremo opposto di questo spettro semantico troviamo invece il termine monachopsis, coniato da John Koenig per Il dizionario dei dolori oscuri (The Dictionary of Obscure Sorrows, Simon & Schuster, 2021) pubblicato due anni dopo da Mondadori col tristo titolo “Dizionario delle tristezze senza nome”; nel testo l’autore assegna un nome a quegli stati d’animo complessi e sfumati che solitamente si stenta a descrivere; nel dettaglio, monachopsis indica la sensazione dell'essere sempre fuori posto, che fa il paio con Rückkehrunruhe, una parola composta tedesca che esprime l’incapacità di rientrare nei cardini della vita quotidiana dopo essere tornati da un viaggio. Ma chi dice che si debba rientrare (nei cardini o dal viaggio)?
Infine, si potrebbe proseguire,
ma questo viaggio lessicale termina qui, akihi
è il termine con cui in hawaiano si descrive la sensazione di totale
smarrimento che ci assale subito dopo aver ottenuto indicazioni stradali da
qualcuno e averle istantaneamente dimenticate. Se non ci fosse Google Maps… ci
sarebbero comunque gli Aerosmiths, a
cantare che “life is a journey, not a
destination”, sia per chi parte senza meta, sia per chi pianifica ogni
singola tappa.
Come ho detto, leggere e soprattutto scrivere un libro è un viaggio. Durante le numerose riletture e riscritture da cui nasce Altrove ho provato molte delle
sensazioni appena descritte, ma mai sono stata sfiorata dall’exulansis, la tentazione di rinunciare a raccontare le
proprie esperienze di viaggio per via della terribile certezza che chi non ha
viaggiato con noi non possa comprenderle, non l'ho mai provata, perché tutti siamo per gli altri
talvolta heimlich e talaltra unheimlich, tutti ci capiamo e ci fraintendiamo. Come scrisse H.P.
Lovecraft in una lettera del 1927 a D. Wandrei,
“in lontanissime ere perdute prima della mia
nascita, prima della nascita di questo o di qualsiasi altro mondo, esiste da
qualche parte - dice la mia fantasia - una città meravigliosa […] nella quale
un tempo ho vissuto per intere eternità, e alla quale dovrò tornare per
trovarvi il finale appagamento. Non conosco il suo nome né so dove si trovi, ma
di tanto in tanto un riflesso ne risplende sui sentieri percorsi dall’uomo”. (Cfr.
H.P. Lovecraft, La visione del mondo del rinnovatore della narrativa
fantastica, a cura di Gianfranco de Turris e S. Fusco, Mediterranee, Roma,
2007, pp. 84-5).
Nei racconti ermetici raccolti in Altrove ho esplorato varie modalità di vita, ho incontrato personaggi del passato che credevo svaniti e che inaspettatamente sono diventati insostituibili compagni del viaggio biografico e letterario.
Che l’antologia esca proprio oggi, anniversario di morte di Edgar Allan Poe, non è un caso, ma un rispettoso omaggio: tutti i racconti, infatti, più o meno inconsapevolmente, sono stati scritti seguendo il metodo Poe, dettagliato nell’introduzione, e tutti segnano una svolta sul percorso.
Come ricorda la
prof.ssa Maria Pia Rosati, laureata in lettere classiche e psicologia e, tra le
altre cose, fondatrice, nel 1981, del Centro
Studi Mythos e direttrice della rivista átopon,
dedicata alla psicoantropologia simbolica e alle tradizioni religiose, l’uomo
“ha nostalgia del futuro di ciò che ancora non c’è e diventa ciò che sogna, che spera, che attende e verso cui tende; è viator, in cammino verso ciò che sente gli è destinato, la propria vera essenza, il Sé. Solo se si ha ben presente la meta si può compiere il viaggio senza smarrirsi, senza rimanere fissati, intrappolati in epoche, situazioni della vita che vanno oltrepassate al momento dovuto. […] La parola átopon evoca un concetto presente in Platone e Plotino, il “luogo senza dove” della mistica persiana, la terra di Hurqalya, l’ottavo clima, appartenenti a una geografia spirituale in cui «si corporizzano gli spiriti e si spiritualizzano i corpi» come scrive Henry Corbin in Corpo spirituale e Terra celeste”.
È quanto ho provato a fare nei racconti: spiritualizzare il
grossolano e materiare le intuizioni che ogni tanto mi giungono dalla mia Musa
notturna.
A chi è interessato, buona lettura.
A tutti gli altri, buon viaggio.
Ad Maiora Semper

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