La
morte non si beffa due volte
KHM 44 - Der Gevatter Tod
Tra le
fiabe dei Grimm si possono scovare tesori poco noti, come la storia numero 44, intitolata Il compare Morte, che narra di un pover’uomo, già padre di dodici figli, al
quale ne nasce un tredicesimo. Non sapendo a chi affidarlo come figlioccio
al battesimo, l’uomo decide di uscire di casa e di proporlo
semplicemente al primo che passa.
E il
primo naturalmente è il Signore Dio, che accetta entusiasta la richiesta che
poi però viene ritirata, perché:
«Tu
distribuisci non equamente ricchezze e povertà, come potresti prenderti cura di
mio figlio?».
Anche il
secondo losco figuro in cui l’uomo s’imbatte accetta subito l’incarico, ma
quando il padre scopre che l’altro è il Diavolo, scaccia il mentitore e
prosegue per la sua strada, finché finalmente s’imbatte nella Morte:
«Tu non
fa torti a nessuno e insegni la rettitudine. Vorresti tenere mio figlio a
battesimo?».
La Morte accetta e dopo qualche anno, si reca nel bosco col figlioccio per donargli il Patengeschenk, il lascito del padrino, e gli svela che farà di lui il medico più grande del mondo: tutto ciò che dovrà fare entrando nella camera del malato è guardare dove si è posizionata la Morte: se è alla testa del letto, il medico potrà somministrare “quelle erbe” jenem Kraute che la Morte gli indica nel bosco, e il degente guarirà, ma se il medico vedrà la Morte ai piedi del letto, per il moribondo non c’è scampo e nessuna medicina varrà.
So war der Jüngling der berühmteste Arzt auf der ganzenWelt: così il tredicesimo figlio diventa un guaritore
bravissimo e molto ricercato, al punto che, quando anche il re si ammala e i
medici di corte non sanno più come curarlo, viene convocato al suo capezzale
proprio il tredicesimo figlio, il cui padrino purtroppo è già ai piedi del
letto, segnalandogli così che il re è spacciato. Ma il medico pensa tra sé e sé
che, essendo il figlioccio della Morte, questa non si offenderà se tra le cure
mediche consiglierà anche di spostare il letto. Così facendo, la Morte si trova
ora alla testa del re, al quale il medico può così somministrare le erbe, che
presto lo guariscono.
Ma mentre la corte si congratula col medico, la Morte si avvicina a passi lunghi e solenni, enuncia la sentenza finale: «Tu qui hai finito» e lo afferra con una mano gelida.
Con un
brusco cambio di set & setting, la
scena si sposta istantaneamente in un’enorme caverna sotterranea disseminata di
luci: ciascuna delle fiammelle delle candele corrisponde a un essere vivente
sulla terra, quelle lunghe sono dei bambini piccoli, che hanno ancora molto da
vivere, mentre quelle corte sono degli anziani, ormai prossimi a spegnersi.
«E quelle
così luminose di chi sono?» s’informa il medico.
«Simboleggiano
le coppie sposate: ardono più in fretta, ma emettono più calore e più luce»
spiega la Morte.
Qui
occorre rilevare che, mentre Wilhelm si sposò ed ebbe quattro figli, Jacob Grimm, il
primogenito, non si costruì mai una famiglia sua; è quindi molto divertente
trovare nelle fiabe, che di solito celebrano la famiglia e il legame
matrimoniale, una “stoccata” simile alla vita di coppia, stoccata raffinata
però, perché è vero che la vita coniugale può essere più logorante, ma illumina
la vita e scalda il cuore.
Tornando alle candele, la Morte soggiunge che talune sono corte pur essendo quelle dei bambini, perché indicano i piccoli divorati dagli orchi, o dai Menschenfresser. Mi soffermerei su questa parola, in quanto in tedesco l’atto di mangiare riferito agli essere umani è definito essen, mentre il cibarsi degli animali è espresso dal verbo fressen. I Meschenfresser sono persone che si cibano di carne umana come se fossero bestie: la perfetta definizione di Epstein e dei suoi indegni compagni, che ancora banchettano (al presente) indisturbati degli innocenti.
Il medico, per nulla turbato dalle rivelazioni del padrino, gli domanda dove sia la propria candela, aspettandosi un cero pasquale alto un metro: zeige mit mein Lebenslicht; così, quando la Morte gli indica un lumino, il figlioccio si spaventa e chiede al padrino di avvicinare un’altra candela prima che la fiamma di questa si spenga, così da poter vivere più a lungo e poter sposare la principessa appena guarita, ma la Morte risponde:
«Non
posso farlo: prima di accenderne una se ne deve spegnere un’altra».
Rifiutando
di rassegnarsi alla propria fine, proprio come facciamo noi sudditi degli
imperi occidentali, il medico suggerisce di avvicinare una candela al suo lumino, di modo che, mentre questo si spegne, la fiamma continui ad
ardere, supportata da una nuova candela.
La Morte
riflette per un istante e poi accetta, ed è questo il punto più importante
della fiaba. Occorre infatti considerare che la tesi alla base della redazione
della raccolta dei fiabe, che, come anticipato nell’articolo precedente, ha
guidato tutto il lavoro redazionale dei fratelli Grimm, è proprio l’idea che
talune fiabe contengano ancora una sapienza antica e che, insieme alle Deutsche Sagen, tramandino, “sotto il
velame de li versi strani”, una conoscenza ch’è andata perduta nel momento in
cui, come ipotizza il prof. Corrado Malanga, la figura investita del potere
temporale ha deciso di scindere la pratica della magia da quella medica e religiosa, per timore che il mago-sacerdote
diventasse più potente dello stesso governante.
Se
davvero gli eventi seguirono questa traiettoria, e se le fiabe realmente tramandano
questa conoscenza, allora quella del “Compare Morte” ci svela molti dettagli
interessanti: in primis, che il
numero delle anime sulla terra è contato, dato che non si può accendere una
nuova candela (ossia non può nascere una nuova vita), prima che un’altra si
spenga; la fiaba allude poi alla metempsicosi, o trasmigrazione delle anime,
che è un’espressione più corretta rispetto al concetto di “reincarnazione”, da
un lato perché più inclusiva (i Pitagorici, ad esempio, credevano che le anime
potessero tornare anche in corpi animali, piante o altri elementi della
Natura), dall’altro perché più corrispondente al senso della fiaba: la metafora
della candela nuova, infatti, suggerisce il senso di una vita che riparte nuova,
conservando solo l’essenza, la fiamma, di quella precedente - quella che i
teosofi definiscono “atomo permanente”.
Inoltre,
la fiaba fa pensare al fatto che, in una remotissima antichità, fosse possibile
anche prolungare la vita a piacimento, probabilmente anche grazie all’utilizzo
di “quelle erbe” jenem Kraute, che
crescevano nei boschi europei, e che il dottore ha ancora con sé.
La Morte
allora avvicina un lungo cero al lumino del figlioccio, ma lascia che la fiamma
si spenga appena prima che la nuova fonte di luce possa accendersi, e in
quell’istante l’uomo cade morto, perché nessuno si beffa della morte due volte.
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