Quando la parola si farà corpo
E il corpo aprirà la bocca
E pronuncerà la parola che l’ha creato
Abbraccerò questo corpo
E lo adagerò al mio fianco.
Questo di-ario dovrebbe essere chiamato nott-ario.
Voglio scriverti perché questo impulso si è risvegliato in me senza preavviso, nel bel mezzo della vita, perché prima di vederti non avevo mai conosciuto un simile desiderio. L’appassionata teoria che hai formulato nel cuore della notte e che ti ha impedito di dormire non si adatta al mio caso: ho troppo rispetto per i libri e non avrò mai la sfrontatezza di scriverne uno. Quindi non temere quello che ti sei immaginato di me, e che mi hai persino augurato: non può essere il sale sulla ferita, perché non c’è alcuna ferita. E se c’è, non si è ancora aperta. Per un po’ forse continuerò a urlare il tuo nome a me stessa, ma alla fine la ferita si cicatrizzerà.
Vorrei darti qualcosa che non saprei a chi altri
dare; qualcosa che non immaginavo si potesse dare a un estraneo. Tu in cambio non
devi far nulla (d’altra parte, sono quasi certa che non risponderai nemmeno).
Ma se, malgrado tutto, un giorno vorrai farmi sapere che leggi le mie lettere,
e mi scriverai, prometto di rispondere a tutte le tue domande: meriti le
risposte più oneste possibili per avermi scritto.
Se smetterai di scrivermi solo perché ci sono momenti in cui ti faccio impazzire, forse non te lo perdonerai per tutta la vita. Stabiliamo fin d’ora che non sarà una corrispondenza troppo lunga, per esempio, un solo anno, o finché il piacere non la renderà insopportabile. Questo è lo spazio che ci lascia la realtà. Ma che c’entriamo noi con la realtà?
Se il mio corpo ora dice la verità, e il corpo, come
sai, non mente… Non mente? Quante volte ho mentito col corpo? E tu, quante? Dal
momento in cui mi hai risposto, ho deciso che tutto quello che mi succede a
causa tua ti apparterrà. È scritto in me e dev’esserlo anche in te. Rinuncio a
censurarmi, e persino al diritto di difendermi. Vorrei pensare a noi come a due persone che si sono fatte un’iniezione di
verità per dirla, finalmente, la verità. Sarei felice se potessi dire a me
stessa: “Con lui ho stillato verità”.
È questo che voglio: che tu sia per me il coltello, e
anch’io lo sarò per te: una lama affilata, ma misericordiosa. Cosa darei per leggere le
lettere perdute di Milena a Kafka! Per
vedere le esatte parole con le quali lei rispose quando lui le scrisse: “Amore è il fatto che tu sei per me il coltello
con cui frugo dentro me stesso”. Spero che lei gli abbia risposto subito, magari
con un telegramma, che un essere umano in nessun caso può accettare di
trasformarsi in coltello per un altro: è proibito persino avanzare una
richiesta del genere.
Spesso penso a Sherazade e a quell’idiota del sultano aggrovigliati insieme: avevano stretto un patto doloroso. Per ogni parola che lei gl’insegnava lui doveva rinunciare a una parola della sua lingua madre, perché lei voleva raccontargli una storia, ma lui non conosceva ancora le parole giuste, capisci? E le parole sono importanti: tutto quello che racconti è importante e prezioso per me, tutti i tuoi particolari. Ma ogni volta che lei gli insegnava una parola nuova, lui perdeva un pezzo di realtà. E in effetti accade così per tutti noi, persino con una parola bella come “luce”: chissà quanti tipi di chiarore abbiamo visto e ci hanno abbagliati prima di stiparli tutti in quella piccola scatola chiamata “luce”. Capisci, vero? Sapessi quanto odio i libri adesso! Nessuno di loro, tra le migliaia che mi circondano, può aiutarmi, perché nessuno di loro racconta la nostra storia e nessuno di loro può darmi ciò che mi hanno dato le tue lettere!
Ci sono parole che ti appartengono, impronte della tua
anima che in bocca ad altri sono banali strumenti discorsivi o articolazioni
linguistiche, ma che, quando pronunciate da te, creano universi! Non avevo mai
immaginato che conoscere il linguaggio di un estraneo potesse essere eccitante
come il primo contatto col suo corpo, il suo profumo... Anche per te è così? C’è una tribù su un’isola del Pacifico: nella
loro lingua i nomi delle cose non si dividono in maschile e femminile, bensì in
“cose che provengono dal cielo” e “cose che provengono dal mare”. Riesci a immaginare come
dev’essere pensare in una lingua simile?
Mi fa impazzire che ti aggrappi di nuovo alla logica,
che è senz’altro utile nella vita; ma noi non siamo nella vita: è il segreto
che ti sussurro all’orecchio già da tempo: noi due non siamo vivi! Voglio
dire, non viviamo in un luogo in cui vigono le leggi ordinarie che regolano i
rapporti tra le altre persone, tantomeno i rapporti tra uomo e donna. Dove siamo,
allora?
Non m’interessa sapere dove, perché dargli un nome?
Sarebbero comunque nomi “loro”, nomi tradotti, e con te voglio una costruzione
diversa, le cui leggi noi stessi stabiliremo. Dovrebbero obbligare la gente a
ottenere una licenza per l’uso di determinate parole, così com’è richiesto il
porto d’armi.
Parleremo una nostra lingua e racconteremo le nostre
storie, e ci crederemo con tutte le nostre forze, perché in mancanza di un
luogo privato come questo – dove quello in cui crediamo si realizzerà, benché solo per iscritto – la nostra vita sarà vana; o peggio ancora: la nostra vita
sarà solo una vita… Sei d’accordo?
Mi sto abituando al tono trasognato che hai quando sei sicuro che capisco – oppure non t’importa che io capisca e ti senti libero di parlare. Allora parli a te stesso come in sogno, in dormiveglia… Una volta mi hai detto che il mio sforzo per inventarti potrebbe anche impedirmi di trovarti. Mi sembra che tu abbia già capito come io, per trovare, debba anche inventare un po’.
E quell’altra cosa, quella che hai definito “sicurezza nelle menzogne”; i nostri segreti sono sempre più piccoli di quanto crediamo. Allora lasciali andare e concediti senza freni, scrivimi. Cosa temi ancora? Ieri, mentre scrivevo, ho di nuovo pensato quanto sono strane le lettere. Quando tu ricevi una mia lettera io sono già altrove. Quando io ne leggo una tua, mi trovo di fatto in un tuo momento passato. Sono con te in un tempo in cui ormai non sei più. Il risultato è che ognuno di noi vive momenti da cui l’altro è già uscito. Forse per questo quasi ogni tua lettera suscita in me un’insanabile tristezza, a prescindere dal contenuto.
Le tue
lettere sono ora tutte appesa alle pareti - un lavoraccio. Non immaginavo
quanto mi avessi scritto. Chissà cosa proveresti se fossi qui. Ho fatto innesti,
abbinamenti casuali, resi possibili dal fatto che tu hai il dono della
contiguità, e in qualche modo, tutto quello che hai scritto si collega e prosegue
una conversazione che non s’interrompe mai - e all’improvviso divento frenetica:
si direbbe che le pareti sussurrino il tuo nome.
Quando mi ha portato la colazione, l’infermiere ha
richiuso cautamente la porta dietro di sé con lo stesso timoroso rispetto che
si riserva ai veri pazzi: comincio a farmi conoscere qui dentro.
Una tua frase spicca dalla parete di fronte, come un
bacio di commiato: “i tuoi racconti sono il modo più giusto per te di penetrare
nel mondo, di affondarvi le radici”.
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