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Be my knife - 6. Della morte e d’altri coltelli

Qualcuno mi ha scritto: “ti sei presentata come una sconosciuta”, ma una sconosciuta non potrebbe scriverti in questo modo. La verità è che so imitare abbastanza bene la maggior parte dei gesti di un adulto normale, e come tutti porto con disinvoltura la maschera di morte.

In ebraico c’è un ossicino che si chiama “luz” e che non si decompone dopo la morte né brucia nel fuoco. Da quell’ossicino l’uomo verrà ricreato al momento della resurrezione dei morti. Così, per un certo periodo ho fatto un piccolo gioco: cercavo d’indovinare quale fosse il “luz” delle persone che conoscevo. Voglio dire, quale fosse l’ultima cosa che sarebbe rimasta di loro, impossibile da distruggere e dalla quale sarebbero stati ricreati. Ovviamente ho cercato anche il mio, ma nessuna parte soddisfaceva tutte le condizioni. Allora ho smesso di cercarlo. L’ho dichiarato disperso finché l’ho visto nei tuoi occhi, il mio “luz”!

Ma tu eri sprofondato nel tuo pozzo di Giuseppe, credi che un giorno potrai mai raccontarmi cos’hai provato a star lì? E cosa ti succedeva nei giorni “maledetti” (hai usato intenzionalmente questa parola?) in cui ti sentivi come il pozzo dopo che anche Giuseppe l’aveva abbandonato? Era un dolore impossibile condividere con qualcuno.

Certi sguardi, certe espressioni, certi silenzi ti riducono in polvere e cenere. Ci vuol davvero poco a rovinare un essere umano per sempre… E tu cerchi sempre di essere diverso da quello che si racconta di te, vorresti che quell’uomo del passato morisse anche nel ricordo altrui.

Per me non esiste la morte: devi sapere, però, che da qualche parte dentro di me c’è un punto vulnerabile che chiunque, anche uno sconosciuto, può vedere e colpire. Eliminarmi con una parola.

Sono sempre stata così: un maremoto. Ma la vita è molto più sopportabile ora; col tempo si dimentica perfino la paura di calpestare le righe fra le piastrelle. Quanto abbiamo parlato di questa fobia immaginaria, per poi scoprire che esisteva persino una parola per descriverla, in tedesco naturalmente: Schwellenangst. Ma non temere: oltre la soglia non ci sono più coccodrilli in agguato.

Da piccola ho visto tante morti, ma nessuno mi aveva spiegato come si fa a morire, così quando morì mia nonna mi strinsi una cinghia con forza intorno al cuore, mi stesi sul pavimento e attesi la morte, in silenzio. Dopo essere rimasta a lungo sdraiata sul pavimento della cantina, vedendo che non ero morta, tornai a casa, stremata. Feci tutti i gesti di una normale bambina di otto anni perché avevo capito – vagamente, ma irremovibilmente - che, anche se fossi morta, “loro” non l’avrebbero mai scoperto. Il mio cervello era aggrovigliato come un intestino…


Meditavo… che in qualche punto dell’universo deve pur trovarsi quel mondo di cui abbiamo parlato una volta. Un mondo dorato di luce, un mondo giusto, in cui ogni essere umano possa trovare la persona che gli è destinata. In cui ogni amore è un vero amore e, ho subito pensato a quelli che nemmeno laggiù sarebbero capaci di vivere, a disagio con una bontà e una generosità tanto abbondanti. Quei maledetti si suiciderebbero. Insomma, è possibile che il nostro mondo sia il penitenziario di quell’altro mondo, e che ogni essere umano che vedi intorno a te si sia già suicidato? Sapresti resistere alla tentazione di sbirciare nell’inferno di un altro?

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